La storia dell'oca di San Martino
La tradizione di consumare l’oca nel giorno dedicato a San Martino affonda le radici nei secoli. Insieme al maiale, l’oca ha costituito la principale riserva di grassi e proteine per la civiltà contadina, la cui dieta invernale era principalmente costituita da cereali e polenta.
Ma il legame tra l’uomo e l’oca attraversa le più grandi civiltà del passato. Dagli Egizi, passando per Omero, l’oca era considerata un eccellente guardiano (come le celebri oche del tempio della dea Giunone nel Campidoglio).
Presso molte popolazioni barbariche, il palmipede era invece un simbolo legato all’aldilà e guida dei pellegrini, ma anche Grande Madre dell’Universo e dei viventi. Secoli dopo, la zampa dell’oca era usata come “marchio” di riconoscimento dai maestri costruttori delle cattedrali gotiche che si chiamavano “Jars”, che in francese vuol dire appunto oche. Nel Medioevo, l’allevamento dell’oca continuò a fiorire nei monasteri e nei feudi medievali, come ordinava Carlo Magno.
A favorire la diffusione dell’oca furono – intorno al 1400 – alcune comunità ebraiche di rito aschenazita provenienti dall’Europa del nord che si stabilirono nelle regioni settentrionali della penisola e quindi anche in Veneto. Non potendo consumare carne di maiale per motivi religiosi, i loro macellai preparavano deliziosi salami e prosciutti d’oca. L’oca era, infatti, il cibo prediletto dalle ricche famiglie ebree sul finire dell’Ottocento.
Già di tradizione celtica, l’11 novembre entrò a far parte anche delle feste cristiane proprio grazie a San Martino e fu da sempre collegato alle oche. La leggenda racconta, infatti, che Martino, nonostante l’elezione a furor di popolo a Vescovo di Tours, non voleva abbandonare il saio e cercò di nascondersi, ma furono proprio le oche a stanarlo e così divenne vescovo e poi Santo per la sua bontà nei confronti dei poveri.
Ma nel secolo scorso e fino ai primi del Novecento l’oca fu anche mezzo di scambio. Con essa fittavoli e mezzadri pagavano ai nobili proprietari terrieri una parte del dovuto, oppure si recavano al mercato e scambiavano le oche con stivali.
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